Lezioni di piano
e il QI aumenta

Bambini con un quoziente di intelligenza più sviluppato se studiano musica dai 6 anni di età. La musicologia, cioè lo studio della musica, ha anch'essa un'influenza sull'attività cerebrale, secondo quanto dimostra uno studio dello psicologo canadese Glenn Schellenberg dell'Università di Toronto, presentato al convegno di Lipsia sulla Neuromusica, della Fondazione Mariani.
La ricerca di Schellenberg, pubblicata su Psicological Science, ha coinvolto 144 bambini di 6 anni. Il campione è stato diviso in quattro gruppi: due hanno ricevuto lezioni collettive di musica (metà di pianoforte e metà di canto), un terzo ha seguito un corso di drammaturgia e il quarto, nel corso di quell'anno, non ha frequentato nessun corso. All'inizio e alla fine dell'esperimento, tutti i bambini sono stati sottoposti a un test di intelligenza standardizzato per quell'età: i bambini "musicisti" avevano avuto, nel corso di quell'anno, un incremento del QI maggiore degli altri bambini, sia di quelli che avevano fatto teatro sia di quelli che non avevano svolto alcuna attività. «In tutti i bambini abbiamo registrato un aumento del quoziente intellettivo», spiega Schellenberg, «presumibilmente per effetto della scuola e poi perché tutti sono cresciuti e hanno avuto esperienze stimolanti. Ma nei bambini che avevano seguito i corsi di musica la crescita è stata significativamente superiore. Resta da risolvere se si tratti di un effetto specifico della musica o di un'azione più generale degli stimoli intellettuali. I nostri risultati mostrano che la musica ha un effetto maggiore e più duraturo delle altre attività». Scettico, Schellenberg, nei confronti dell'"effetto Mozart". Ma nel senso che ogni tipo di musica produce un effetto stimolante sul cervello. «Abbiamo ripetuto l'esperimento con Schubert e abbiamo trovato anche un effetto Schubert. E sui ragazzini di 10 anni abbiamo anche riconosciuto un effetto Blur, perché abbiamo notato un aumento delle prestazioni nei ragazzini che avevano ascoltato le canzoni del gruppo pop inglese!». Il presunto effetto di Mozart sarebbe da ricondurre a una generica influenza positiva sull'attenzione e sul miglioramento dell'umore, non della musica di Mozart, ma della musica "preferita" da ognuno di noi. Come agisce la musica sul nostro cervello? Il suono musicale attiva il sistema limbico della gratificazione, proprio come quando si prova un'eccitazione sessuale o si assumono droghe come la cocaina. In particolare, durante l'ascolto, a rispondere sono i lobi temporale e frontale. Il lobo temporale è quello collegato alle emozioni più viscerali, come piangere o ridere. Si pensa che la musica sia nata dagli urli primordiali della foresta o dai pianti e le esclamazioni. È provato, inoltre, che l'ascolto della musica stimola la produzione ormonale, soprattutto in relazione al ballo e la danza. «Si è rilevato, infatti, un aumento della concentrazione di b-endorfina, noradrenalina e Gh durante l'ascolto della "techno", tanto che al termine dei 30 minuti di ascolto i livelli plasmatici di tali sostanze sono assai elevati. ACTH e cortisolo seguono andamenti leggermente diversi: la techno porta infatti ad un aumento di entrambi questi ormoni», spiega il professor Giovanni Pierini dell'Università di Bologna in un suo recente saggio sull'argomento. La disco music eccessiva dunque non fa certo bene alla salute. Diverso è il discorso invece con la musica melodica, che potrebbe aiutare negli stati depressivi degli anziani. «Recentemente, è stato notato come la musica di tipo melodico possa riequilibrare lo sbilanciamento di livello bioelettrico nelle aree cerebrali frontali», dice Pierini, «disequilibrio che normalmente accompagna gli stati depressivi di tipo maggiore, soprattutto nell'età avanzata». Parlare cantando e cantare parlando: è il risultato di una musicoterapia riabilitativa, applicata all'Institute of Music and Neurology di New York, ai pazienti con difficoltà di linguaggio dopo un ictus cerebrale. Questi riescono a cantare benissimo, nonostante non parlino fluidamente. «Il discorso e il canto usano aree differenti del cervello. La Musicoterapia consente di riconnettere la voce al cervello, per un modo alternativo di comunicare», si legge nella presentazione della terapia del centro americano . «Persone che non riescono a parlare da 5 anni e più, stanno adesso lentamente imparando a cantare e riescono cosi a comunicare con il canto».

